31. Io e Amélie

La vita per un soprano freelance, come me, scorre felice e agitata, complessa e semplice, saltando tra un personaggio all’altro che, come un vestito non tuo, cerchi di indossare al meglio possibile scoprendo sfaccettature ti de cose che non sai… immaginando mondi che non avresti esplorato… persone che non avresti incontrato.

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E siamo sempre in Svizzera a Ginevra.

Ma scusa ma tu l’hai mai sentito qualcuno che canta lo yodel a Ginevra?

No!

E allora anche basta questo tizio qua no?

E va bene, mi stava simpatico. Dicevo siamo arrivati solamente al 24 agosto dell’avventura con Dufour.

Ma non quello delle caramelle!!

Ma che c’entra, io parlo del generale svizzero! Quello che abbatteva muri per costruire ponti, quello delle puntate precedenti con tutti quegli incontri fortunati, le chiavi ottenute, Calvino che veglia su di me.

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Insomma, al 6 settembre, data della prima, mancavano ancora due settimane di prove.

E per fortuna, con tutto quel francese alla sera mi fumava il cervello.

Preferisci ascoltare il podcast? Eccolo qui, letto da me:

I giorni scorrevano placidamente al mattino passeggiatina da Champel a Rue de Contamines per arrivare a casa mia, qualche volta la deviazione per la boulangerie all’angolo con quei deliziosi pain au chocolat…wowwww!!!!

E poi aprivo la porta, salutavo fantasmi, cimeli e ricordi, spalancavo le finestre e mi mettevo in giardino a ripassare le battute! Avevo trovato delle noccioline al wasabi che erano una bomba!

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Les repetitions si facevano via via très interessantes. La Maison Dufour si animava ed era essa stessa parte integrante della scena, questa in effetti era la cosa che mi affascinava di più dello spettacolo, avere una casa che ci contenesse, un teatro a tutto tondo!

Sembrava una sorta di abbattimento della quarta parete! Di solito in teatro quando giri l’angolo, dietro il sipario la scala non esiste, e le facciate della casa sono di cartapesta. Ma in Dufour chez Dufour, invece, la scenografia era fatta da una vera casa, e non una casa vera qualsiasi… la casa dove il personaggio della pièce aveva vissuto! E per cui, incroyable, per andare da un piano all’altro si percorreva veramente la scala che la famiglia Dufour aveva percorso.

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Ormai la conoscevo palmo a palmo quella casa. Ma la stanza che restava chiusa e inaccessibile era sempre la cucina.

Un luogo sacro che poteva rappresentare la salvezza della mia fame di vero cibo. Decisi: andava espugnata!! Bisognava fare qualche cosa anche perché con torte al rabarbaro, pomodorini come dessert e panini alla senape, non si poteva andare avanti.

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E così, con l’altra italiana nel cast, dopo un paio di occhiate, fu immediata intesa.

Era nostro dovere di cittadine dell’italica penisola prendere in mano la cucina e dare l’assalto alle terribili disusanze gastronomiche dei cioccolatosi svizzeri.  

Quindi con sorrisi melliflui e con una programmata casualità, un giorno ci proponemmo di cucinare all’italiana per tutto il cast! La porta della cucina si aprì e dinnanzi a noi via era una cucina super attrezzata.

E così fummo invitate a cucinare ancora e ancora.

E come diceva mia nonna: “Niente è più definitivo del provvisorio”.

E quindi la cosa durò fino alla fine della produzione, con gli svizzeri che continuavano a leccarsi i baffi a furia di ricette di italica fattura.

Devo dire che questa cosa contribuì a far sì che la maison Dufour diventasse veramente casa mia.

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Nella vita di un soprano freelance, come me, è necessario comprendere la vita di personaggi poco conosciuti!

Facile essere Tosca o Traviata; c’hai un sacco di illustri esempi!!!

Ma prova tu ad essere popolo, a portare sulla scena la normalità!

E fu così che una mattina osservai con attenzione la foto di famiglia che era appesa nel salone principale, una foto color seppia di quelle che si vedono in tante famiglie. La famiglia Dufour era numerosa: quattro figlie femmine. Amélie era la figlia più piccola del generale.

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Mi era venuta voglia di vedere il suo volto di Amélie, il mio volto.

Guardandola magari avrei potuto trovare nuove sfumature interpretative e capire di più… o immaginarlo.

Piccola di statura, postura timida, mora… ad Amélie piace: giocare in giardino con gli ecuroilles… ci saranno stati gli scoiattoli a Ginevra nell’Ottocento, no? Forse far dispetti alle sorelle o ricamare con la madre o stare sulle ginocchia del padre…

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… ridere, ballare, sognare. La sera mi informai meglio, ma le risposte furono un fulmine a ciel sereno.

Purtroppo, la ragazza era nata sorda e quindi in realtà non avrebbe potuto fare niente di quello che io facevo all’interno dello spettacolo cioè la piccola bambina esuberante e pestifera.

Era la preferita del generale Dufour perché era la più fragile e indifesa e il padre il fondatore della Croce Rossa.

Buongiorno papà come andiamo stamattina?

Amélie non avrebbe potuto dirlo come dicevo io passando davanti al busto di Dufour all’ingresso della maison. Non posso io cantante immaginare un mondo di silenzi, richiusa in una bolla di pensiero, di giudizi e di limiti… chissà. forse parlava con lo sguardo… insegnando alla famiglia un linguaggio nuovo.

Che fare?

Ecco la famiglia Dufour scendere dalle zones célestes per raccontarsi, e io?

Beh, se il corpo ha limiti lo spirito non ne ha. Decisi dopo una notte di riflessioni che Amélie sarebbe tornata a Ginevra per fare cose completamente nuove.

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E così Amélie cantò nel giardino di casa un bellissimo Lieder di Schumann, abbracciò le sorelle, intervenne nei discorsi di famiglia, tremò alla notizia del padre al fronte per la guerra, raccontò a tutti le imprese dell’augusto genitore per la città di Ginevra e per la Svizzera…

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…scherzò con il giovane Adolfe Pictet e face la linguaccia al generale Rilliet, pianse cantando alla morte del padre e assistette al festeggiamento anniversario di matrimonio dei genitori.

Eh sì, perché in questo viaggio nel tempo a confine tra storia e realtà, il 15 settembre a fine dello spettacolo festeggiammo con una vera torta il matrimonio e il compleanno del Dufour (e il suo anniversario di matrimonio), torta buonissima per altro!  

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Come avrete capito la prima andò bene e anche le recite seguenti tutte sempre diverse pur apparentemente uguali, perché questo è il gioco dello spettacolo dal vivo.

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Il pubblico era entusiasta e io passai tranquilla mente per svizzera: del Sud, ovviamente, quindi del Ticino che è Italia, ma che è Svizzera.

Insomma, me la cavai egregiamente… anche perché da Borin mi ero trasformata in Boren, giustamente: Alexandrà Borén!!!

E volete altri dietro le quinte???? Ma cari, vi posso riempireeeee!

Feci amicizia con quelli del caffè italiano, scoprì il vasto mondo ginevrino dei mercati e dei negozi, trovai una carta di cuori nel centro di una piazza vuota che ancora conservo come portafortuna nel portafoglio.

Ma chi perde una carta di cuori da un mazzo di carte?????

Ma, il dietro le quinte più assurdo avvenne il due settembre!

Evidentemente la potenza… ehm, la pazienza di Calvino era finita, perché a Ginevra calo il freddo in 24 ore! La temperatura scese di 20 gradi e io, da buona italiana, nella mega valigia del 44 giorni mi ero portata solamente roba estiva! Capirai luglio, agosto e settembre che fai? Ti porti il maglione???  

Beh, in poche ore arrivò l’autunno… a settembre. Ma che cavolo di posto è??? Aiutooooo!!!!!

Iniziai a mettermi addosso tutte le magliette che avevo, ma non bastava!

E allora presi la decisione, fare shopping nella città più cara del pianeta dopo New York, e che sarà mai? Me spendo mezzo cachet, ma almeno non mi prenderò un malanno. A fine prova corsi in città e nella splendida Rue du Rhône.

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Mi infilai nel primo negozio di scarpe che incontrai. Senza ritegno indossai le scarpe all’uscita del negozio con ancora in mano ancora lo scontrino fumante. E poi via di corsa a cercare un piumino. Trovato, pagato, indossato.

Essendo nata il 14 agosto, il vostro soprano free lance preferito odia il freddo: lo detestaaaaa! Ah, che splendida sensazione quel calorino tiepiduccio che iniziava a pervadermi le membra e a contrastare l’umida e gelida pioggia.

E, mentre stavo godendo per la strada di questa meravigliosa sensazione, mi senti chiamare da una voce gentile. Mi voltai.

Una sconosciuta con un volto serio di quelli seri che solo gli svizzeri seri sanno fare, mi disse:

Madame, pardon… vous avez vu que vous avez l’étiquette avec le pris.

E indicandomi l’etichetta penzolante dalla mia giacca, sorrise con un po’ di sprezzo misto a compassione, e si allontanò!

Ma che figura!!! Manco l’etichetta avevo staccato!!

Boreeen, anzi Borin… ma dai!!!

Beh, che dire… quel piumino lo presi grigio argento come le canne da fucile, i cieli di Ginevra e le monete con l’effige di Dufour e lo conservo ancora.

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Tornai a casa che ero un’altra avendo vissuto in pochi giorni mille vite e sentendomi felice per la scelta fatta. Esser un soprano freelance non è un gioco perché ad ogni impresa vinta se ne affaccia una nuova da esplorare per portare, nonostante tutto, la bellezza a chi vuole ascoltare a chi è disposto ad aprire il cuore.

Ah, l’arte è necessaria quanto il cibo, quanto l’aria.

L’arte fa pensare, rende liberi, altro che inutile orpello! Quale pazzo scellerato non potrebbe pensarlo?

E te pareva! Calvino, ora basta!

Alla prossima.

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Alessandra

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