78. Le mie avventure con Giacomo Puccini

Anche nella vita di un soprano free lance come me ci sono i sogni proibiti e non parlo di strafogarsi di cioccolata prima di una prova e non parlo di andare a ballare la sera prima del concerto… o di bere tutti gli aperitivi che vuoi, bensì parlo di riuscire a cantare tutto quello che ti piace!

Eh sì, in effetti questo è il dolore più grande di un artista lirico… la ferita impossibile da sanare, una consapevolezza che, come un fulmine a ciel sereno, compare in un giorno qualunque per non abbandonarti mai più.

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Ah, potessi cantare tutto!!! E dico di più… potessi pure cantare tutto e assieme, un bel concertato tutto da sola facendo tutte le varie voci basso, baritono, mezzosoprano, tenore!

Ah!!!! Che gusto!!!

E, invece, hai solo due corde che manco scegli tu, sono quelle che passa il convento, quelle di come mamma e papà t’hanno fatto.

Purtroppo il pubblico di oggi continuando ad ascoltare la trap e lo spop si è rovinato le orecchie, ha incrostato di ignoranza il proprio gusto musicale.

Ma non sei tenore, tu?

Ah, fai la lirica? E che canzoni canti?

No, guardi, mi scusi non sono canzoni… ma sono arie, cavatine, ballate, romanze.

Ah, va bene, ma canti Vincerò?

No, non la canto è da tenore!

E quindi?

Ma come quindi? Mammamia… questi credono che tutti possano cantare tutto…, ma, manco al karaoke tutti ce la fanno a cantare tutto… vedi tu!

Ogni voce ha la sua particolarità, ha la sua struttura ed è adatta a un certo tipo di musica …anche se, con qualche sforzino di tecnica qua e là, certe vette si possono toccare, sfiorare con un dito anche solo per un istante.

Eccomi, Io e Giacomo Puccini.

La sua musica meravigliosa per me è come guardare attraverso una vetrina un abito di haute couture. Ti piace, lo ami, ti starebbe pure bene, ma è oltre il tuo portafoglio. Puoi solo sognare e sospirare e poi tirare dritto, pensando: “Oh, come mi piacerebbe…”

Ma c’è un ma. Voi lo sapete che il io il vostro soprano free lance preferito, che sono io la Borin e realizzo sempre tutti i miei sogni, anche i più impossibili???

Ebbene, seppiatelo, anche questa volta ho vinto! 

Allora, tutto iniziò così: correva l’anno che per privacy non lo dico in cui venni chiamata a cantare il coro nel secondo atto di Bohème di Puccini. Caffè Momus, Parigi, il tableau con Musetta, la crema e i giocattoli di Parpignol e quel sapore di freddo, di fame e di povertà (che ho scoperto dopo – negli anni – essere stata la vera vita di Puccini nei suoi primi anni a Milano, quando ancora non era Puccini) imperversava nella scena.

Ebbene in quell’occasione mi era stata dato il grandissimo ruolo muto di fare la fioraia e passavo per tutto il palco a dare fiori a destra e manca, che poi mi toccava anche recuperarli per tutta la scena visto che molto cortesemente l’attrezzeria del teatro mi aveva chiesto questa questo piacere.

Il ricordo di quell’epoca è bellissimo, pensate che al teatro Malibran di Venezia le costumiste si accorsero che il mio vestito da povera fiammiferaia/fioraia di lana era più un cilicio che altro e quindi mi comprarono una sottoveste di seta solo per me.

Andando sul palco a dare fiori, finti chiaramente, sentivo Musetta e Mimì cantare e pensavo tra me e me: “Oh, chissà se anch’io un giorno potrò cantare un recital di Puccini…”

Finirono le recite e di lì il mio rapporto con il grande autore fu solo un rapporto sporadico, a distanza; a parte per qualche O mio bambino caro e qualche quando Men vò soletta per la via.

Ma proprio in un’occasione in cui cantai Musetta in un concerto di quelli miei soliti sperduti in quei luoghi di musica di confine, ebbene fu in quel momento che inspiegabilmente mi uscì dalla bocca un SI acuto finale dell’aria così forte e potente, così bello grosso che credo sia ancora in giro dentro quella sala, modello big bang cosmico!

Borin, ma da dove cavolo ti è uscita questa nota che mi sono spaventata da sola?

Borin, ma sei sicura che l’hai fatta tu?

Coì pensavo tra me e me, effettivamente… Si si , l’ho fatta io!

Ah, sì?? E come l’hai fatta?

Eh, beh, non lo so… mi è uscita da sola dalla bocca, non ci ho pensato più di tanto.

Eh, già… mi era uscita da sola dalla bocca.

Mi ricordo che tornai a casa turbata chiedendo a me stessa, a tutti i santi (San Biagio e Santa Cecilia in particolare) come mai mi fosse uscita una nota così bella, grossa, sonora, roboante, verista, pucciniana. Non ero forse io un soprano leggero? Ci dovevo andare a fondo.

Borin non puoi mica morire senza sapere che voce hai.

E così da lì e, grazie a Puccini, capii che la classificazione della mia voce fatta dai bravissimi insegnati di conservatorio era tutta un granchio.

Quindi mi misi in gioco nuovamente perché, diciamocelo, in fondo, chi è che non vuole cantare Puccini?

Le arie da soprano di Mimì, Tosca Fanciulla del West, Cio Cio San, Liù, Turandot (che si pronuncia con la T finale!)

Ebbene, signore e signori Puccini, rimase un sogno proibito fino all’anno in cui si celebrò il suo anniversario dalla morte cioè il 2024 perché, anche io, il vostro soprano free lance preferito non poteva non omaggiare il Maestro.

Mumble, mumble, mumble.. come fare??? 

Eh sì, la voce è un po’ più inciccionita, ma non posso fare un recital pucciniano. Come fare? Cosa cantare? Tutto il mondo lo omaggia e tu no? Non è possibile! Devo raggiungere questo obiettivo! Aiutoooo!!!!

Finché, mi venne il colpo di genio! Sì!

Decisi di creare uno spettacolo cantando la sua musica da camera!

Ah, che gusto, che raffinatezza! Tutti a cantare le sue arie d’opera Mi chiamano Mimì, Un bel dì vedremo, Vissi d’arte ma chi canta la sua musica da camera?

Solo io, il vostro soprano free lance preferito!

E così m’inerpicai per questa splendida avventura canora intitolata “Canto d’anime”.

E questo mi permise di creare un recital sotto forma di concerto teatrale – di quelli che so fare io dove recito e canto – in cui potei cantare e raccontare della vita di Puccini. Soprattutto potei comprendere profondamente e, per me stessa, quanto queste romanze da camera fossero legate al Puccini uomo.

Sì, l’uomo che dopo mille e avventure sposò quella donna, più grande di lui e madre già di due figli Elvira Bonturi.

A detta di tutti non amava la musica, una rovina per Giacomo, dicevano, talmente rospa e arcigna, che persino i pescatori di Torre del Lago dicevano che portasse jattura. Eppure, Giacomo, ho letto le vostre lettere – oramai di dominio pubblico – la chiamavi Topisia e la amavi molto… chissà perché!

Il 3 novembre 2024 andò in scena il mio omaggio a Puccini, tutti i suoi 11 brani di musica da camera e il Salve Regina, perché lui, figlio di generazioni di organisti, non poteva non essere omaggiato anche con un pezzo sacro!

Ho amato immensamente il suo spirito futurista che emerge in Avanti Urania! scritta per celebrare l’acquisto del motoscafo Queen Mary da parte del conte Ginori Lisci in cui, tra le note, hai riversato il suo amore per i motori delle novelle automobili e per i motoscafi.

Marziale e potente l’Inno a Diana “Dedicato ai cacciatori italiani”, perché Puccini adorava andare a caccia di animali, oltre che – metaforicamente – di belle donne.

E meraviglia le due ninna nanne, così delicate e sognanti, e poi il testo ispirato a Dante Alighieri, a Paolo e Francesca Storiella d’amore e infine Terra e mare in cui ho sentito, percepito, gustato l’anima della sua Toscana. Sole e Amore in cui la Bohème prendeva forma e Morire che ha gli echi di Rondine, un’opera che adoro.

Ho cantato e raccontato con grande felicità di te, signor Puccini, del tuo amore per la biciletta anzi come dicevi tu il bicicletto che hai acquistato per buttar giù “l’indecentissima pancia” che ti era venuta, bicicletto con cui facevi e vincevi gare di ciclismo, seminando gli avversari come nella musica – dicevano i giornali dell’epoca.

E poi ho raccontato della fame patita in gioventù, della povertà quando ancora stavi cercando la tua fortuna, fino alla straziante tua operazione a Bruxelles per quel brutto male alla gola che non ti ha permesso di finire lasciarci Turandot completa.  

Quella sera col pubblico mi sono emozionata e, alla fine, dopo l’applauso e i bis, sono tornata felicissima a casa ripensando a Puccini e a quella me, piccola fioraia tra le case dai muri di cartone di quella Parigi del caffè Momus, che sognava di esibirsi in un recital pucciniano.

Beh, ce l’ho fatta come sempre, e a modo mio.  

Alla prossima

Immagine di Alessandra

Alessandra