74. L’inno d’Italia 2.0

Nella vita di un Soprano free lance – come me – ormai lo avete imparato, una grande avventura può nascere semplicemente da un piccolo suono come quello di un telefono!

Ciao Alessandra, come stai? L’amica di mia moglie che gioca a golf con lei avrebbe necessità di una cantante per un evento che si tiene ogni anno per celebrare l’amicizia fra Italia e America. Sai questo evento si tiene nella villa veneta bla bla dove fanno di solito un grande party e avrebbero bisogno di qualcuno che canti l’inno d’Italia. Saresti disponibile??

L’inno d’Italia? Ma certo!!! Grazie, grazie per questa telefonata e per aver pensato a me! A me piace sempre un sacco cantare l’inno d’Italia, perché – chi mi conosce – lo sa quanto io sia patriottica! Sa quanto ami smodatamente, smisuratamente la mia nazione sopra tutte le altre e ne ho ben donde!

L’Italia è il paese più bello del mondo …e se dovessi rinascere, vorrei rinascere in Italia!!

Ma vi rendete conto che abbiamo la varietà floro-faunistica più estesa del mondo? Più del il 70% del patrimonio artistico mondiale?? E poi – che cavolo – abbiamo inventato tutto: l’Opera, il microchip, la radio, il telefono la moka, il motore a scoppio, l’idromassaggio, San Francesco, Leonardo da Vinci e Michelangelo e Raffaello e Donatello e Pirandello… e, insomma, mondo… spostati!

Allora posso dare il tuo numero alla diretta interessata?

Ma certo, grazie mille!!! 

E così, chiusa la telefonata si passa al secondo step, che è la seconda telefonata!

Ciao Alessandra, Flavio mi ha dato il tuo numero sai stiamo cercando qualcuno che canti l’inno d’Italia per una manifestazione privata molto importante che si terrà alla villa bla bla il prossimo aprile.

Sì, signora, mi avevano detto che mi avrebbe chiamata. Ma certo che sono disponibile, con gioia Mi dica bene di che cosa si tratta.

Beh, semplicemente ci sarà un discorso inaugurale ma prima verranno cantanti gli inni quello italiano e poi quello americano. Per quello americano c’è già una ragazza americana e, per quello italiano, ci servirebbe una cantante italiana.

Ma certo, signora per me sarà un onore! Mi dica c’è un pianista per caso per l’accompagnamento?

No, no, guarda lo si canta così semplicemente a voce sola, a cappella. Non c’è bisogno del microfono, siamo nella sala interna. Mi raccomando però guarda il dress code è particolare perché è una serata Black and White, per cui bisogna vestirsi o di bianco o di nero.

Ah, va bene! Bizzarro, risposi. Ma va bene.

In più ero contentissima perché conoscevo benissimo il posto, ci ho già fatto dei concerti. È una bella villa, antica con gli affreschi del Tiepolo e la sala era più o meno media! Senza microfono la mia voce avrebbe viaggiato benissimo e così, quasi un mese, cominciai ad esercitarmi per trovare la tonalità più adatta a me.

Cominciai con un bel mi, mi sembrava ottimo e con il diapason all’orecchio ogni tanto mi ripassavo l’inno in testa!

Giunto il giorno stabilito il vostro soprano freelance preferito iniziò a preparare, scelsi un bellissimo vestito da sera nero con le paillettes, non troppo sbrilluccicose ovviamente, perché comunque ci vuole il giusto livello di paillettes per ogni occasione.

Montai così in sella alla mia Giorgia Swift e mi avventurerai verso la mia serata patriottica.

A poche centinaia di metri dal luogo dell’appuntamento della villa bla bla il traffico iniziò stranamente a intensificarsi.

Uh, ma che strano – mi dissi – qui non c’è mai nessuno… e invece!

E invece signore e signori quello che mi aspettava sarebbe stata una serata incredibile, inimmaginabile.

Infatti niente di quello che avevo programmato ebbe luogo, per cominciare: l’affollamento.

Una serie di macchinine più lussuose che non, occupavano la strada in attesa di un parcheggio.

Due parcheggiatori con ampi gesti – tipo pista da atterraggio d’aereo -indicavano a tutti dove parcheggiare.

Una flotta, anzi una frotta, di gente vestita in abito da sera si appropinquava all’ingresso della villa bla bla in cui rosseggiava un lunghissimo tappeto rosso lungo più di 200 metri che accompagnava gli ospiti dall’ingresso della villa fino ai piedi della scalinata d’accesso.

Deglutii allucinata, e anche un po’ spaventata.

Iniziai con il mio vestito da sera non troppo sbrilluccicante e i miei tacchetti a percorrere il red carpet…

Una orchestrina infondo suonava all’aperto, mentre tutto il parco della villa, enorme, a destra e a sinistra era addobbato con tavoli riccamente apparecchiati, tovaglie bianche, bicchieri luccicanti e vi erano dei lampadari di cristallo che pendevano sospesi su supporti in metallo, persino le statue settecentesche che addobbavano il giardino della villa erano state decorate con dei simpatici papillon.

Le bandiere americane e italiane svettavano sugli altri pennoni all’ingresso, mentre dei trampolieri rigorosamente vestiti in Black and White animavano il paesaggio umano.

Ma questo è un festone mega galattico altro che quattro tavoli nel salone della villa bla bla!!!

Al termine del red carpet delle meravigliose macchine d’epoca una bianca a destra e una nera a sinistra erano parcheggiate, uomini e donne di tutti colori di pelle scintillavano nelle loro alte uniformi e nei loro splendidi vestiti da sera.

Oh, Borin, ma dove sei finita? A Hollywood? 

Sul pronao della villa palladiana bla bla c’era una postazione e un microfono!

Oh, vuoi vedere che col cavolo che canti a voce sola nella sala!

Qua c’è pure la banda… feci scivolare elegantemente nel fondo della borsetta di paillettes l’inutile – oramai – diapason che mi ero portata.

Borin, qua bisogna che capiamo di che morte si muore stasera perché, se si muore, si deve morire con onore e si morirà bene!

Dopo un po’ d’attesa conobbi finalmente la persona che mi aveva chiamata, al suo fianco il suo compagno, un generale americano pieno di stellette nella giacca. Strinsi la mano e non riuscì a contarle tutte, erano tantissime!

Sono felice di conoscerti Alessandra, vieni ti presento il cerimoniere della serata!

Il Cerimoniere???  

Borin adesso ti tocca parlare in inglese tutta la sera, anzi americano che praticamente è l’inglese velocizzato per due, tipo i messaggi di WhatsApp quando non hai tempo di ascoltare!

Il Cerimoniere nel suo perfetto americano confermò i miei terribili sospetti: avrei dovuto cantare con il microfono, dall’alto della scalinata … accompagnata dalla banda.

Sorrisi con nonchalance anche se il mio primo pensiero che mi venne in mente mentre avevo questa faccia così sorridente fu: “Ma in che tonalità suoneranno l’inno d’Italia?” 

La banda…sì, devo andare a parlare con la banda!

Eh, sì, perché se non era adatta alla mia voce? E se avessi dovuto gestire dei passaggi che non erano corretti cioè dei passaggi dalla mezza corda alla corda intera? Se la tonalità era troppo alta e se era troppo bassa?  Ma p**** miseria, ma che razza di pasticcio! Aiutooooo!!!

E così nel mio elegante vestito con non troppe paillettes e i tacchettini non troppo alti, mi avvicinai velocemente tipo geisha, al direttore della banda che per fortuna era italiano.

Ciao collega, dovrei cantare l’inno d’Italia, voi in che tonalità lo fate?

Noi lo facciamo in fa…

Tirai un sospiro di sollievo, solo un semitono sopra quello che avevo studiato…. benissimo ce la potevo fare!

Ma…

Ma questo del direttore della banda (che non ricordo più come si chiamava) tuonò come un enorme e drammatico prologo di qualcos’altro che ancora non avevo previsto e che come una spada di Damocle mi pendeva sulla testa! Ma cosa, ma cosa??

Noi eseguiremmo la versione originale dell’inno.

Una enorme scossa di adrenalina mi percorse per tutto il corpo, mi sentivo come un naufrago che vedendo il porto in realtà veniva trascinato via al largo, di nuovo, dalla corrente! Un’ onda enorme mi sbatté lontano da quella che era la meta!

“Ah capisco, e, mi scusi, ma qual è la versione originale dell’inno?”

Ma p**** vacca, Borin, con tutta la storia della musica che hai imparato all’università, con tutta la storia della musica che hai imparato con i due diplomi, ma non sai che c’è una versione originale? E perché non l’hai mai studiata?? E qual è la versione originale??? Come fa la versione originale? Come faccio a imparare la versione originale in quindici minuti???

Signorina non si preoccupi, c’è semplicemente c’è una battuta in più all’inizio.

Ah, vabbè! Ve bene, una battuta in più all’inizio… cioè?

Cioè quando fa papparapappapà, lei aspetta un attimo, io le do l’attacco e siamo a posto.

Ah, va bene, direttore io guarderò il suo attacco non si preoccupi. Grazie a dopo.

E quindi dopo aver deglutito tutti questi bocconi amari con un bel bicchiere di acqua naturale, ovviamente a temperatura ambiente, mentre attorno a me le persone aumentavano vestite di tutto punto e la cerimonia cominciava a prendere forma venni invitata a salire sul punto più alto della scalinata.

Feci conoscenza con la mia collega che era …di colore!!

Ma p**** miseria! Ma questi qua sono fatti percorrere e per cantare bene, hanno le laringi adatte al canto! Ah, oggi è tutto contro di me, ho pure la collega che fa gospel! Avrà una voce bellissima, mi sentivo dispersa in un mare di parole americane mentre i miei pensieri cercavano di trovare un ordine, un equilibrio.

Ad un certo punto, un squillo di tromba portò il silenzio e iniziò la cerimonia.

Io mi nascosi dietro una colonna e iniziai a pregare Dio, mandamela buona, sto giro! Aiuto!

Le bandiere vennero portate in una specie di danza rituale estremamente rigida con movimenti estremamente severi e suoni estremamente marziali dal basso della scalinata fino all’alto.

Avevo un po’ di timore ma dovetti resistere, finché alla fine venni invitata a cantare.

Bene, signori, mi ritrovai lì, in alto, sola con centinaia di occhi addosso…davanti a me una folla sterminata di persone!

Beh, non esagerare Borin, dai saranno state 500/600 persone in abito da sera Balck and White che mi guardavano curiosi.

La banda iniziò papparapappa pappa pà.

Feci un respiro e pensai alla mia bandiera, al verde, al bianco e al rosso e al fatto che dovevo fare il meglio possibile per rappresentare l’Italia in un luogo, questa villa veneta bla bla in cui tutto parlava dell’Italia ma ogni suono aveva l’intonazione di un paese straniero.

Mi girai sorridente per vedere l’attacco del maestro ma p****  miseria, c’era la balaustra di marmo della scalinata e non vedevo niente!!!!

Borin vai… vaiii!!

In quel momento chiusi gli occhi e cominciai a cantare cantai con tutto l’amore che avevo in corpo pensando alle alpi, e al mare, e a Roma, e a Venezia, a Firenze, a Milano, a Torino, a Napoli, e a Palermo e a tutte le città, i paesi e le contrade che avevo visitato nella mia vita, a tutti i gusti che mi erano passati attraverso la bocca… dal cous cous alla bagna cauda, dalla polenta fino alla pizza, a tutti i profumi delle biblioteche in cui cerco ogni volta la mia musica inedita. Pensai ai sorrisi delle persone per la strada e alle urla quando tutti guardano la partita e la squadra del cuore fa goal.

Al mio sì finale mi accorsi che tanti tra il pubblico erano in realtà militari e civili italiani e avevano cantato con me, con la mano sul cuore.

Non seguì un applauso ma un preziosissimo e rispettosissimo silenzio.

Si avvicinò poi al microfono poi la ragazza americana e cominciò a cantare a voce sola con una voce bellissima, ma senza aspettare l’attacco della banda. Aiuto!

In quel momento tremai per lei perché capii che sarebbe stato un disastro perché: ma che probabilità c’erano che lei avrebbe intonato la tonalità corretta.

E, infatti, dopo alcuni secondi di sconcerto, la banda iniziò a suonare ci fu uno stridentissimo momento di assestamento che, in tutta onestà, non rese giustizia alla bellezza dell’inno americano che, comunque, ha una sua bella melodia.

La ragazza era emozionata più di me, e sbagliò.

Alla fine seguirono discorsi di generali e politici in entrambe le lingue.

Io, sempre dietro la mia colonna nel mio angolino del palco d’onore mi sentivo piccola piccola e grande grande allo stesso tempo.

Alla fine della cerimonia quando le bandiere furono riposte con grande rispetto e amore con tutto il cerimoniale previsto.

Quando tutte le bandiere di entrambe le nazioni vennero portate via

Dopo un brindisi che continuava a farmi sentire nel pieno centro delle riprese di un film di guerra Hollywoodiano, iniziò la festa… e che festa!

Che festa signori, con la banda americana che suonava jazz in uniforme.

I trampolieri che giravano, militari ovunque, bei ragazzi di plastica tutti uguali americani insomma, e un buffet da capogiro!

Si finì persino con i fuochi d’artificio… Oh, che festa.

Quando i miei ospiti vollero andare, li seguì anch’io.

Percorrendo il tappeto rosso che mi aveva accolto all’inizio. All’uscita incontrammo un super generale americano che volle stringermi la mano e iniziò farmi i complimenti e mi disse che l’inno italiano aveva fatto sfigurare l’inno americano per la mia bella voce lirica e la passione che avevo messo nel cantarlo.

Lo disse in maniera seria e anche molto rispettosa che quasi temetti di passare dal vestito da sera nero alla tuta arancione.

Ma fu un fugace pensiero, ritornai di nuovo nella mischia dei parcheggiatori e frastornata e felice, chiusa nella mia Giorgia Swift, mi incamminai verso casa, nel buio della notte.

Ripensando all’incredibile avventura che mi era successa quella sera, risi come una matta e nella solitaria strada che conduceva verso casa, nell’anonimato di quella via ebbi la certezza che per un breve istante con il mio canto la piccola Italia aveva trionfato sulla grande America.

Evviva l’Italia!

Alla prossima.

PS

Ringrazio di cuore Eleonora e Dave per avermi fatto sentire ospite gradita e avermi fatto trascorrere una meravigliosa serata da favola.

Immagine di Alessandra

Alessandra