68. Io ed Edith Piaf

Secondo la teoria dei sei gradi di separazione in questo piccolo grande pianeta siamo tutti collegati.

È una cosa che mi ha sempre affascinata il fatto che, pur non avendo mai conosciuto una persona, in un certo qual modo, ho conosciuto qualcuno che l’ha conosciuta!

Insomma il tempo e lo spazio si annullano per permetterci di entrare in sintonia, non è bellissimo???

In realtà, poi, si è visto che i gradi di separazione sono più spesso quattro, a volte tre, a volte due e raramente uno e io – il vostro soprano free lance preferito – con la mitica Edith Piaf, ne ho solo uno! Che cul*!

Eh sì, il mio incontro con la Piaf è stato idilliaco sin da subito e ve lo voglio raccontare per filo e per segno!! Ma andiamo con ordine.

La prima conoscenza che ho fatto con Edith è avvenuto durante la prima adolescenza, attraverso la sua voce che riecheggiava nella stanza del mio compagno di giochi quando il mercoledì i nostri genitori si riunivano per la consueta cena settimanale ove ci si raccontava del più e del meno.

Il mio amico d’infanzia, intento a costruire la sua città ideale, amava questa musica e il francese.

Trascorsi gli anni e iniziato il mio percorso di studi a Venezia, io – il vostro soprano free lance preferito – raramente ho avuto tempo di ascoltare musica che non facesse parte di approfondimenti legati al conservatorio o agli imminenti concerti anche perché mica c’era You Tube, Vevo e Spotify! Persino nei supermercati troneggiava un fantastico e candido silenzio!

E comunque, diciamocelo, chi avrebbe voglia di ascoltare musica quando stai in mezzo alla musica tutto il giorno??

Le canzoni moderne zum zum poi men che meno!!

Però con La Piaf era diverso.

Ve la vedete la Borin giovane vagare tra calli e campi di una Venezia bellissima e decadente con il suo lettore cd portatile a batterie a cui erano attaccate le cuffie a filo, immersa nel sogno ad ascoltare lei che cantava queste melodie senza tempo.

Ascoltarla mi faceva volare i pensieri e, negli anni, è rimasta per me sempre un iconico simbolo di un’epoca perduta: la sua e quella della mia adolescenza spensierata.

Edith Piaf è metafora di una Francia fascinosa, triste e decadente. Le sue melodie sono ricche di un sentire inespresso e di un amore non dichiarato, di una timida fortezza d’animo, incosciente e, per questo, irresistibile.

Creativa e composta, minuta e immensa era la Piaf.

Fu così che mi rivolsi a lei quando fui costretta – per l’avvicendamento fortuito degli eventi – a cercare un repertorio per cantare all’aperto!

Oh, bella l’estate, bello il mare, il caldo bello tutto tranne sti cavolo di concerti all’aperto!

Sono una dannazione, una croce, l’incubo di ogni cantante.

Oddio si sentirà? Ah, devo stare ferma per farmi prendere dal microfono?

E se passa una motoretta mentre sto a fa’ l’acuto?

E se piove ci danno lo stesso il cachet? No, no, no e no!!

Ma per carità, io in questo vortice di ansie non ci voglio entrare!!

L’estate è fatta per rilassarsi, ma non solo il pubblico, che gusta il suo gelato mente tu stai disperatamente cercando un punto di riferimento (e risonanza) e speri che l’albero a venti metri ti rifletta almeno mezzo suono, non sento niente, aiuto!!! Ma come sta venendo??

Aiuto! Aiuto!!!

M’è bastata una volta e poi ci ho messo una croce sopra, anzi un crocione!

Me volete ai vostri concerti? Si fanno al chiuso!! Con tutti i criteri della lirica!

Ah, vi va bene pure un repertorio diverso??

Ah, beh, allora se ne può parlare…  Aspetta, aspetta, fatemi pensare.

Aspetta, aspetta, fatemi vedere.

Aspetta, aspetta… ma sai che… visto che non la canta nessuno… che ne pensate se ci buttiamo sulla Piaf? Evviva!

Ed è così che un po’ per amore, un po’ per necessità e un po’ per non darla vinta – che la lirica si fa tra quattro mura – iniziò questa avventura!

Ma io, da sola, gregoriano posso cantare, quindi: prima cosa recuperare un compagno di avventura e così pensai a Diego, mitico chitarrista che coinvolsi, estrassi e asportai dal mondo dei moderni, quella specie di luogo dove vivono i musicisti che si occupano di musica quella lì, insomma, jazz, e s-pop e quella che si scrive con gli accordi A B C…

Il feeling fu immediato e con il cabaret degli amori perduti inaugurammo, in un magico giardino, il frutto del nostro lavoro!

Oh, ero emozionatissima… era il mio debutto con quel coso amplificatore tra le mani, quel robo strano che si chiama microfono… dai Borin ce la puoi fare, e infatti andò benissimo!

Ma la storia non finisce qui, voi direte e il grado di separazione che c’hai fatto tutta l’introduzione prima?  Beh, ebbi modo di scoprirlo l’anno successivo.

Quando in Svizzera incontrai la signora Monique.

La signora Monique elegante donna parigina era la mamma di un mio amico – per un certo tempo mentore canoro che una sera, seduta sulla poltrona a fiori del appartamento profumato di ricordi e acqua di colonia, mi raccontò della sua avventurosa vita.

Figlia dell’ambasciatore di Francia in Tailandia, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, venne rinchiusa in un campo di concentramento giapponese.

Una volta liberata scappò in Francia e si ritrovò a Parigi senza nulla, completamente sola.  

Tramite un fortuito incastro di eventi, venne accolta nella casa della Piaf per la quale sbrigava alcune faccende domestiche proprio per sdebitarsi di tanta generosità, tra cui dare da mangiare alla vasca dei suoi piranha.

Me la descrisse minuziosamente e parlandone aveva – sul volto rigato dagli anni – un gran sorriso da cui emergeva un ricordo dolce e pieno d’affetto e gratitudine.

Edith, mi raccontava Monique, era una donna molto gentile e disponibile, sorridente ma al tempo stesso melanconica, a volte lunatica.

Rimpiangeva di non aver avuto una famiglia che l’avesse amata, di aver vissuto sola e raminga esibendosi sin da piccola a seguito di un padre eccentrico.

È per questo che accoglieva in casa propria chiunque avesse bisogno, cercando di dare lei stessa l’affetto e la stabilità di cui era stata privata.

Le sue canzoni non furono altro che l’esternazione artistica di questa infinita ricerca d’amore.

Ed io, seduta in quel salotto straniero, in silenzio e ammirazione, ero piccola piccola e ascoltavo ogni frase cercando di trattenere nella mente ogni dettaglio, immedesimandomi in quella quotidianità casalinga di queste due donne fatta di gesti semplici e privati, sguardi, confidenze e distanze.

E così davanti ai miei occhi l’icona si fece carne, divenendo – attraverso quelle parole – da personaggio a persona. Emerse la grande e assoluta verità che oltre il sipario della celebrità, i dietro le quinte di una donna artista sono spesso i medesimi per tutte: desiderio di serenità, condivisione e reciprocità di sentimenti e intenti.

E così percepii Edith Piaf talmente vicina che decisi di raccontarne le intime vicende in maniera empatica, definendo la figura di una donna che sublima in arte il proprio profondo dolore e lo feci attraverso le sue canzoni in uno dei miei spettacoli: Cabaret Paris

Per fortuna l’universo che come sempre è molto generoso con me che sono il vostro Soprano freelance preferito, e mi concesse le occasioni poter raccontare la sua storia in cui non solo feci amicizia col coso microfono, ma ebbi modo di sperimentare la mia voce in quelle sfumature che mi rendevano una me stessa diversa.

Dopo diverse repliche qua e là e ironicamente non tutte all’aperto sappiate che l’avventura con Edith non è finita, me lo sento anche perché io con lei ho dei grandi progetti.

Ma tutto a suo tempo, ovviamente si tratta di fare qualche telefonatina di ricevere qualche no …provare, insistere, sognare!

Tanto la Borin – il vostro soprano freelance preferito – riesce sempre a trovare il modo per realizzare ciò che hai in mente e, anche questa volta… non so dove, non so quando, ma ce la farò.

A la prochaine.

Immagine di Alessandra

Alessandra